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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


20 maggio 2013

Oltrismo

 

La post-politica è malata di oltrismo. Una malattia tremenda, che spinge a puntare l’orizzonte e a scavalcare l’esistente in nome di qualcosa che non si sa bene cosa sia, ma che appare suggestivo proprio per questo. ‘Oltrismo’ è mollare le culture politiche e partire per il mare aperto senza nemmeno un tom tom navigator cui affidarsi. Così. A lume di naso. La categoria, in fondo, è la stessa del ‘nuovo’. Del non meglio caratterizzato ‘nuovo’. Del campato in aria ‘nuovo’. Il ragionamento è semplice: tutto quel che vedete è ‘vecchio’, superato, novecentesco. Serve ben altro. Si deve andare ‘oltre’. E allora vogliamo il ‘nuovo’: basta con le solite culture, i soliti linguaggi, i soliti partiti, le solite facce. Punto. Il discorso peraltro potrebbe persino chiudersi qui, perché l’indeterminazione diventa padrona, e se ne sfrutta il fascino, la capacità evocatrice, la suggestione per cosa non si sa.

Tutta roba vecchia in realtà. Leopardi, per dire il poeta più grande, utilizzava numerosi vocaboli che richiamavano un senso di vaghezza e indeterminatezza. Era un modo per attivare l’immaginazione, per sollecitare suggestioni; un meccanismo che funzionava poeticamente appunto. E assieme alludeva alla possibilità di sospendere gli effetti della realtà. Ora, è da dimostrare che la politica sia mera questione poetica o comunicativa. E sarebbe invece il caso di attivare quel senso di realismo politico, di responsabilità verso le cose e verso le persone che sbricioli la mera potenza evocativa del claim e l’involucro di messaggi comunicativi che celano il senso nascosto delle cose, quello che è sempre più proprietà di pochi intimi, trattato nelle segrete stanze, fuori dalla portata dei comuni cittadini.

L’oltrismo sta uccidendo il senso culturale della politica, le fondamenta ideali, le basi certe che motivano l’agire politico al di là del mero interesse personale. Per questo le culture di origine non possono essere scaricate d’amblais, ritenendo che così debba nascere qualcosa di democratico. Quelle culture debbono interagire, invece, farsi soggetto e farsi parte di un progetto comune: il contrario che suicidarsi, come vorrebbero i novisti o gli oltristi. Non è cancellando per decreto le identità che se ne costruisce una più forte. Al contrario, se getti via i mattoni la casa non nascerà mai, sarà al più una tenda che salta alla prima folata di vento.

A riprova, vedo che anche Matteo Renzi se ne esce con un libro: ‘Oltre la rottamazione’. Pure lui, buon ultimo. E cosa c’è ‘oltre’ la rottamazione? Cosa c’è in direzione del ‘nuovo’? E se non ci fosse nulla, ma solo una certa vaghezza, un vuoto incantato che spinge a salire o scendere dall’omnibus-macchina elettorale senza nemmeno fare il biglietto? La ‘rottamazione’ aveva almeno un obiettivo concreto, quello di decapitare il PD di molte teste pensanti. Un obiettivo bieco, autolesionista, ovviamente. Ma andare ‘oltre’ è come avviare un percorso nel deserto senza nemmeno una cartina del Touring: dopo le teste tagliate ci sono soltanto un sole cocente, tanti sciocchi miraggi scambiati per realtà e nuvole di avvoltoi già pronti nel cielo.


6 febbraio 2013

Cantanti, più che altro urlatori

“Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una descrizione, una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l'idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito: e ci pasce e ci riempie l'anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti”. Così scrive Leopardi nello Zibaldone. La poesia nasce da un diletto che chiede indeterminatezza dei confini, vaghezza, illimitatezza. Sogno fanciullesco. Kant, a proposito del sublime, a dire il vero era un po’ in disaccordo: ‘bella’ era la forma, ‘sublime’ invece il senso di illimitatezza e di infinità che trabocca da un evento naturale come una tempesta, circoscritto tuttavia in un quadro e, dunque, incapace di minacciarci davvero. Non è solo questione terminologica. E comunque, mi sono venute in mente le parole del Sommo Poeta, leggendo quanto ha scritto Outlook (cito da Internazionale) a proposito di Rahul Gandhi, ultimo rampollo della dinastia: “Il suo discorso un po’ filosofico, semipolitico, a tratti emozionante, e soprattutto vago è stato uno dei suoi migliori finora”. Certo, se non fosse che si trattava di un discorso per un’investitura politica!

 

In queste due brevi citazioni c’è tutto il dramma della politica odierna: solo mediatica, un po’ populista, accessoria in campagna elettorale, talvolta dinastica. Una politica ridotta alla sola comunicazione, al solo Balotelli, all’IMU da rimborsare, al sorriso del caimano in tv. Vaga, appunto, quando si tratta di risolvere problemi (compito a cui è chiamata), ma concreta e determinata (feroce persino) solo quando si tratta di saltare sulla poltrona come se niente fosse, come se Berlusconi in questi anni fosse stato beato all’opposizione e ora si presentasse nuovo nuovo alla partenza. Alla faccia del realismo di Bersani, del suo stare ai fatti, del suo intravedere i limiti concretissimi dell’azione politica. Per alcuni è un difetto. Ma è meglio forse atteggiarsi a venditore di tappeti, puntando tutto sulla memoria corta degli italiani? No, decisamente no. Io scelgo con la testa chi deve governarmi, non con la pancia di un evasore fiscale. Altrimenti tra un anno o due mi ritrovo another time sotto Monti e il maglio di una IMU2. Scusatemi ma io ho già dato. Adesso vorrei voltare pagina. Non scherziamo con Berlusconi2, Grillo, Ingroia e compagnia cantante. Anzi, soprattutto urlante.

Nella foto, Berlusconi come sarebbe se non dovesse responsabilmente salvarci dai comunisti

 


9 luglio 2010

Leopardiani

 

Dio salvi Nicola Zingaretti, soprattutto in vista della sfida di Roma tra tre anni. E però, se si legge l’intervista concessa all’Espresso un po’ si resta perplessi. Voi sapete quanto l_antonio consideri il “nuovismo” una specie di jattura comunicativo-politica, una terribile ideologia che getta fumo attorno, e magari ti fa apparire un grande timoniere ma poi, a confronto con la durissima realtà, ti confina nello sconforto dell’impotenza politica. Io non sapevo che anche Zingaretti fosse stato attaccato (spero lievemente) da questa patologia. L’ho scoperto prestando attenzione, in particolare, al linguaggio di questa sua intervista: perché è nel linguaggio (e dove sennò?) che le ideologie si ramificano.

Zingaretti attacca un partito, a suo giudizio, ancora troppo conservatore. Concordo sull’esigenza di innovazione e di ricerca, perché l’innovazione è molto sensibile al mondo concreto cui si riferisce, è realistica ed è la vera condizione della trasformazione. “Il Pd – dice invece il Presidente della Provincia di Roma – è nato per affrontare la navigazione in mare aperto”. “Mare aperto”? Ricominciamo con la metafora mezzo-occhettiana datata 1989, l’anno della svolta? O Capitano, mio Capitano? Anche allora, si trattava di decidere tra una sponda e l’altra (compresa quella socialdemocratica, magari per rinnovarla profondamente in un’epoca che forse ancora lo consentiva), e invece non decidemmo, scegliemmo il mare aperto, lo spazio indeterminato e senza riferimenti che si spianava vago e immenso davanti ai reduci del PCI. L’esito è sotto gli occhi di tutti: dopo 20 anni siamo ancora in mare aperto, senza un porto in vista, nemmeno turistico, nemmeno una piccola insenatura naturale in cui prendere un po’ di sole, nemmeno una boa, mentre perdiamo passeggeri e marinai a ogni nodo. Continua poi Zingaretti: serve un “nuovo” centrosinistra, una “nuova” elaborazione culturale, le condizioni sono “nuove”, Obama avrebbe proposto una “storia nuova”, anche la classe dirigente deve essere “nuova”, Vendola è uno capace di “narrare” la verità sulla condizione del Paese, e infine Matteo Renzi (indovinate un po’!) “è una grande risorsa del Pd”. Ecco la patologia nuovista, è come marchiata a fuoco nelle parole.

Io mi domando se sia una specie di congiura. Se la giovane classe dirigente del centrosinistra parli ormai tutta con linguaggio nuovista, perché proprio non se ne può fare a meno, oppure ce ne siano anche taluni che, invece di puntare sulla suggestione e sull’indeterminata vaghezza leopardiana, si impegnino nel dare cifre, produrre dati, analisi, stilare programmi realistici, parlare alle persone in carne e ossa, stabilire una prossimità sociale e indicare vie d’uscite anche nelle interviste pubbliche e non solo nelle riunioni private (sempre che ciò accada). Ovviamente. se ci sono vengano fuori. A noi servono persone che sappiano usare il bisturi con precisione e coraggio nei punti morti della società italiana, proponendo soluzioni, e non semplici suggestioni romanzesche. A noi servono donne e uomini che sappiano leggere le diseguaglianze e ce le sappiano raccontare con dati e cifre; lavorino sul blocco sociale, non lo “narrino”; sappiamo conquistarci con idee forti e proposte efficaci, non con la suggestione di un “nuovo” che non si sa cosa sia o con la vaghezza dell’ermo colle, e della siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. La letteratura resti letteratura, dunque, e la politica resti politica. La confusione dei termini, quando c'è stata, ha prodotto soltanto farse o tragedie, a secondo delle circostanze.

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